mercoledì 5 ottobre 2011

GDL - Il conte di Montecristo. Seconda tappa

**SPOILER-POST!**

Date tappa: 10.10/16.10
Capitoli: 13-23
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Mi arrendo subito al fatto che nel giro di un paio di settimane avrò terminato questo romanzo: è troppo coinvolgente e ben scritto per meritarsi di essere sbocconcellato fino a dicembre (con il rischio che a metà strada perda il filo del discorso) e per condividere la mia attenzione con altri libri. No, voglio farmi avvolgere dal racconto senza distrazioni. Comunque mi piace commentare per blocchi di capitoli, cosa che mi permette di entrare più nel dettaglio rispetto ad una recensione generica e di potermi confrontare con gli altri lettori del gdl a mano a mano che mi raggiungeranno.
Dopo aver momentaneamente abbandonato Edmondo al suo destino dopo l'arrivo al carcere e aver seguito le vicende politiche che modificano gli equilibri della Francia in quei giorni, torniamo nella cella della segreta in cui è imprigionato il povero ragazzo. La narrazione della sua prigionia è straziante, perchè Dumas riesce a trasmettere tutti gli stadi delle emozioni provate da Dantés durante gli anni di prigionia, che passano anche attraverso la scomparsa della speranza e l'intenzione di uccidersi lasciandosi morire di fame. Fortunatamente, la comparsa sulla scena del prigioniero numero 27 salva Edmondo da questi suoi proposti e gli restituisce la speranza. In questi capitoli mi sono affezionata moltissimo al personaggio di Faria, un uomo che ha illuminato e cambiato la vita di Edmondo: è grazie a lui che Dantés riesce a non impazzire, è grazie a lui che ritrova la speranza, è grazie a lui che ottiene gli strumenti e le conoscenze che gli permetteranno di mettere a punto la sua vendetta. Mi è dispiaciuto moltissimo che, dopo tutta la fatica fatta, quest'uomo dovesse morire così, ma l'aspetto positivo è che Faria riesce ad aiutare Dantès anche da morto: la trovata di Edmondo di sostituirsi al cadavere per essere condotto fuori dalla prigione è davvero geniale, e se devo dire la verità, non ci avevo minimamente pensato (se mi fossi trovata al posto suo, sarei probabilmente rimasta a marcire nella cella). D'altro canto, Dumas è riuscito a farmi mormorare un solidale "Oh, mamma, e adesso come fa?" quando scopriamo insieme al povero Edmondo che il cimitero del Castello d'If altro non è che il mare. E lui che si preoccupava di poter avere troppa terra sopra la testa nel momento in cui l'avrebbero sepolto!
Sono rimasta con il fiato sospeso per tutta la durata della fuga di Dantès, sperando insieme a lui prima che venisse tratto in salvo, poi che i contrabbandieri non si rendessero conto di avere a bordo un evaso; continuo a sorprendermi di quanto questo romanzo mi coinvolga, era da tempo che non mi capitava in modo così intenso e mi rendo conto che Il conte di Montecristo è probabilmente l'opera migliore di Dumas padre: I tre moschettieri, pur essendomi appassionata alle avventure di D'Artagnan e compagni, non aveva avuto lo stesso effetto che le vicissitudini di Edmondo hanno su di me.
Finalmente, alla fine del 23° capitolo, Dantès riesce a raggiungere l'Isola di Montecristo, dove Faria gli ha garantito esservi nascosto un immenso tesoro di cui il ragazzo (anche se adesso dovrei dire uomo, avendo trascorso 14 anni in prigione e avendone dunque 33) è ormai diventato il padrone, essendo stato nominato in punto di morte da Faria suo unico erede. Nelle ultime righe, Edmondo si appresta, anche se con un certo scetticismo, ad esplorare le grotte dell'isola dove dovrebbe essere sepolto il tesoro. Ci sarà davvero?
[...] per l'uomo felice, la preghiera rimane un assieme monotono e vuoto di senso, finché il giorno del dolore viene a spiegare all'infelice questo linguaggio per mezzo del quale parla a Dio.
"I decreti del cielo sono ben reconditi e misteriosi! Qual'è dunque la mente della Provvidenza, quando abbassa l'uomo che aveva esaltato, ed esalta quello che aveva abbassato?"
(Faria)
Così tutto era finito. Una materiale separazione esisteva di già fra Dantès e il vecchio amico: egli non poteva vedere più i suoi occhi rimasti aperti per guardare al di là della morte; non poteva più stringere quella mano industriosa che aveva sollevato il velo che copriva tante cose nascoste. Faria, l'utile, il buon compagno al quale si era unito con tanto interesse, non esisteva più che nella sua memoria! Allora si sedette ai piedi di quel letto terribile e s'immerse in una cupa e amara melanconia.
Solo, era ritornato solo!

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